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Bündner Sprachen am Gymnasium

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BILD PIXABAY
Luigi
Menghini

Das Zusammenleben der Sprachen und Kulturen in Graubünden: Das ist das Thema der Kolumne «Convivenza», die wöchentlich in der «Südostschweiz» und der romanischen Tageszeitung «La Quotidiana» publiziert wird.

Eine Schnellbleiche in schweizerischer Demokratie klärt darüber auf, dass das geltende Recht in einem Land aus verschiedenartigen Texten besteht (internationale Konventionen, Verfassung, Gesetze oder Verordnungen). Es kann ausserdem geschehen, dass ein Gesetz dem Inhalt der Verfassung widerspricht, so wie eine Verordnung weder der Verfassung noch einem Gesetz widersprechen sollte.

Es ist deshalb berechtigt zu fragen, wie man innerhalb einer Verordnung einen derart diskriminierenden Artikel schaffen konnte wie jenen in der Verordnung über das Gymnasium (GymV), die in Graubünden am 1. August 2019 in Kraft getreten ist. Im zweiten Kapitel, das den Namen «Promotion» trägt, befindet sich Artikel 12, welcher die Basiskompetenzen für die allgemeine Studierfähigkeit definiert. Es ist ein neuer Artikel, der nach der Veröffentlichung eines Berichtes der Schweizerischen Konferenz der kantonalen Erziehungsdirektoren (EDK) im Oktober 2014 in die Verordnung eingefügt wurde.

Der erste Absatz von Artikel 12 GymV besagt, dass «die basalen erstsprachlichen und mathematischen Kompetenzen für allgemeine Studierfähigkeit in der Regel im ersten bis dritten Ausbildungsjahr des vierjährigen Gymnasiums schriftlich geprüft und benotet werden». So weit, so gut. Im zweiten Absatz hat die Regierung offensichtlich Strenge walten lassen – und widerspricht sich; es steht nämlich: «Für Schülerinnen und Schüler mit Erstsprache Rätoromanisch oder Italienisch werden die basalen erstsprachlichen Kompetenzen in Deutsch geprüft.»

Für den Leser ist es offensichtlich, dass der zweite Absatz eine klare Inkongruenz der Ausdrücke darstellt, indem er aus dem Romanischen und dem Italienischen hinkende Erstsprachen macht, die dem Deutschen unterstehen, um die allgemeine Eignung zum Studium zu prüfen. Konkret heisst das: Ein in Italienischbünden oder in der Rumantschia geborener Schüler kann in seiner Sprache schulisch wachsen, doch wenn er weiter studieren will, wird er in Bezug auf seine Muttersprachekompetenzen, also auf Deutsch (!) bewertet. Warum gelangt man an diesen Punkt und übersieht dabei Art. 3 unserer kantonalen Verfassung?

Es ist eine Tatsache, dass in Graubünden zahlenmässig die kritische Masse fehlt, um einen Studiengang neben Deutsch auch in Italienisch oder Romanisch durchzuführen. Die italienisch- und romanischsprachigen Schüler in einer Verordnung ganz offensichtlich zu diskriminieren, ist zumindest fragwürdig. Für jeden Schüler, der in Graubünden ein Gymnasium besucht, sind die «rezeptiven Kompetenzen» in Deutsch so oder so gefragt, denn es gibt keine Alternative zu den deutschsprachigen Lektionen: Der sprachliche Aufwand, der von diesen Schülern verlangt wird, ist demnach beträchtlich, wenn man auch nur diese Ausgangssituation betrachtet. Der institutionelle Aufwand, um dem eigenen Bildungsmandat zu entsprechen, sollte nicht der sein, zusätzliche Hindernisse zu schaffen, sondern die Kompetenzen in der ersten Sprache zu würdigen und die rezeptiven Kompetenzen in der Hauptunterrichtssprache, also Deutsch, zu unterstützen.

Jeder Gesetzestext wächst dank der Revisionen: Es ist zu wünschen, dass dies auch mit dem vorliegenden geschieht.

*Luigi Menghini hat nach dem Erwerb des Bündner Lehrerpatents sein Studium fortgesetzt und an der Universität Lausanne in Sprachen promoviert. Seit 2005 lehrt er an der Pädagogischen Hochschule Chur Italienisch.

 

Le lingue dei Grigioni al liceo

Un breve corso di democrazia elvetica chiarisce che la legislazione in vigore in un Paese è costituita da testi di vario tipo (convenzioni internazionali, costituzione, leggi o ordinanze) e che queste norme hanno valore diverso, essendo alcune superiori alle altre: non dovrebbe accadere che una legge contraddica quanto scritto nella costituzione, così come un’ordinanza non dovrebbe contraddire né la legge né la costituzione.

È perciò legittimo chiedersi come si sia arrivati a formulare, all’interno di un’ordinanza, una norma discriminante come quella che appare nell’Ordinanza sul liceo (OLic) entrata in vigore nei Grigioni il 1º agosto del 2019. Nel secondo capitol, intitolato «Promozione», si trova l’articolo 12, che riguarda le competenze di base nelle materie per l’attitudine generale agli studi. È un articolo nuovo, inserito nell’ordinanza a seguito della pubblicazione, nell’ottobre 2014, di un rapporto della Conferenza svizzera dei direttori cantonali della pubblica educazione (CDPE).

Al primo capoverso, l’articolo 12 OLic recita che «Le competenze di base nella prima lingua […] vengono esaminate per iscritto e valutate con note di norma dal primo al terzo anno di formazione del liceo quadriennale». E fin qua nulla da eccepire. Nel secondo capoverso il Governo ha volutamente forzato la mano, contraddicendosi; il testo infatti dice: «Per allievi con il romancio o l'italiano quale prima lingua vengono esaminate le competenze di base di tedesco quale prima lingua».

 

Risulterà evidente al lettore che il secondo capoverso accentui una netta incongruenza nei termini, rendendo il romancio e l’italiano delle prime lingue zoppicanti, che sottostanno alla lingua tedesca per valutare l’attitudine generale agli studi. Concretamente: un allievo nato nel Grigionitaliano o nella Romancia potrà crescere scolasticamente nella propria lingua, ma se vorrà proseguire gli studi sarà valutato, per le sue competenze nella lingua madre, in tedesco. Perché si arriva a questo punto, confutando ciò che sta scritto nell’art. 3 della nostra Costituzione cantonale?

È un dato di fatto che, numericamente, non vi sia nei Grigioni la massa critica sufficiente per avere un percorso di studi totalmente in italiano e in romancio, oltre che in tedesco, ma discriminare palesemente gli allievi italofoni e romanciofoni in un’ordinanza è perlomeno discutibile. Per qualsiasi allievo che frequenta un liceo nei Grigioni le «competenze ricettive» in tedesco sono richieste già da sé, per il fatto che non vi sono alternative alle lezioni in tedesco: lo sforzo linguistico richiesto a questi alunni è dunque notevole, considerando solamente questa situazione di partenza. L’impegno istituzionale per corrispondere al proprio mandato formativo non dovrebbe essere quello di costruire ulteriori ostacoli, bensì quello di valorizzare le competenze nella prima lingua e sostenere le capacità ricettive nella lingua prevalente di scolarizzazione, in questo caso il tedesco.

Qualsiasi testo normativo cresce grazie a revisioni: ci si augura che anche questo testo possa presto trovarne una.

*Luigi Menghini, dopo la patente magistrale grigione, si è laureato in Lettere a Losanna. Ha insegnato per quattro anni nella scuola secondaria; dal 2005 è docente di lingua italiana presso l’Alta Scuola Pedagogica di Coira.

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