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Grenzen und Identität von Graubünden

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Südostschweiz

Das Zusammenleben der Sprachen und Kulturen in Graubünden: Das ist das Thema der Kolumne «Convivenza», die wöchentlich in der «Südostschweiz» und der romanischen Tageszeitung «La Quotidiana» publiziert wird.

Von Andrea Paganini*

Seit Generationen lehren die Geografen, dass Italien von natürlichen Grenzen umgeben sei und im Norden am Alpenbogen ende. Deshalb meinen die Italiener, dass ihre nationale Nordgrenze der Alpenkette entspreche. Nach der ersten Auflage (1937) der «Enciclopedia Treccani» liegt das Puschlav «in einem Gebiet, das geografisch zu Italien gehört».

Was heisst das? Soll etwa der Kanton Tessin geografisch oder gar ethnisch Italien gehören, weil der Fluss Tessin in den Po mündet?

Eben! Genau das schrieb man in den Dreissigerjahren: Die Tessiner «sind völkische Italiener». Besser noch: Nach gewissen Publikationen bildete selbst der Kanton Graubünden in jeder Hinsicht eine italienische Region. «Die Italianität von Churrätien» – man bezog sich ausdrücklich auf das ganze Gebiet der Drei Bünde: Die Grenze liege nicht auf der Wasserscheide, sondern auf der «mittleren Alpenkette», ja sogar jenseits von Bad Ragaz und Sargans – «ist noch bis heute lebendig trotz allen fremden Ränke». So!

Uns Menschen des 21. Jahrhunderts kommt das vor wie eine lächerliche Wahnvorstellung: Politische Grenzen stammen doch nicht von der Erdkunde, die sie nur registriert, sondern von der Geschichte, die ganz anders ist.

Aber die Geschichte entpuppt sich doch als viel weniger stur als die Erdkunde, wendiger auch, fraglicher, ideologischer. Darum wurde kurz vor dem Zweiten Weltkrieg dieselbe Bezeichnung vom «schweizerischen Italien, das eher italienische Schweiz genannt wird», betont; sie war nicht nur auf den Kanton Tessin beschränkt, sondern umfasste vielmehr auch das Wallis und vor allem «das Gebiet, das heute ungefähr dem Kanton Graubünden entspricht», das «von den barbarischen Einfällen verschont blieb und immer noch allgemein als Teil Italiens angesehen wird». Dort, so wurde behauptet, «überlebten die römischen Institutionen und entwickelte sich die lateinische Sprache zu einem Dialekt, und zwar zur alpenlombardischen oder rätoromanischen Mundart, die man heute für eine Sprache ausgeben will». Typisch war der Kreuzzug gegen die Anerkennung des Rätoromanischen als schweizerische Nationalsprache; dies wäre aber Stoff für einen anderen Beitrag.

Umgekehrt, zur selben Zeit, machte eine St. Galler Zeitung viel Lärm mit der Forderung an das Wochenblatt «Il Grigione Italiano», seinen Namen zu ändern: Die Schweizer seien einfach Schweizer, die Bezeichnung «italienisch» schaffe nur Verwirrung. Die Streiterei wurde hitzig und verletzend. Eine italienische Zeitschrift erwiderte drohend: «Kümmert euch doch nicht um solche Zeitungen! Um Spinnen braucht man sich doch nicht zu kümmern; wenn sie einem zu nahe kommen, kann man sie zertreten.»

Damals herrschten Nationalismen, Totalitarismen, Irredentismen. Beide Haltungen zur Bezeichnung «italiano» irrten grob. Noch heute hört man Italiener, die fragen: «Wieso sprechen Sie Italienisch, obschon Sie Schweizer sind?» Oder Nordschweizer sind überzeugt, dass wir aus den südlichen Alpentälern bei den nächsten Weltmeisterschaften für keine Fussballmannschaft schwärmen können.

So ist es nicht. Italienischbünden bildet eine Minderheit in der Minderheit: bündnerisch und schweizerisch aus politischer Zugehörigkeit, aber – vielmehr ebenso – italienischer Sprache. Ähnliche Betrachtungen könnten auch im Hinblick auf andere schweizerische Sprachregionen gelten. So ist die Schweiz, so ist Graubünden: ein Schmelztiegel von Sprachen und Kulturen, von Bräuchen und Bekenntnissen, eine Einheit in der Vielfalt, in der jeder Beitrag, wie minderheitlich er auch sei, als bedeutend angesehen werden soll.

Es ist gut, von der Geschichte zu lernen, zumal wenn sie keine Ideologie ist. Es ist gut, Achtung vor der Vielheit zu wahren, unsere geachteten Bände mit den anderen hervorzuheben und zu pflegen, zumal in einer Zeit, die in mancher Hinsicht an die Dreissigerjahre des vorigen Jahrhunderts erinnert, was die gleichmachenden Anmassungen und Separatismen angeht.

*Andrea Paganini hat in Zürich in Literatur doktoriert. Er ist als Lehrperson, Schriftsteller und Leiter des Verlags «L’ora d’oro» tätig. 2012 wurde ihm der Bündner Literaturpreis verliehen.

 

Confini e identità del Grigioni

Di Andrea Paganini*

Da generazioni i geografi insegnano che l’Italia è circondata da confini naturali e delimitata a nord dall’arco alpino. Pertanto gli italiani ritengono che il loro confine nazionale coincida a settentrione con la catena delle Alpi. Se prendete la prima edizione dell’Enciclopedia Treccani (1937), scoprirete che la Valle di Poschiavo si trova «in territorio appartenente fisicamente all’Italia».

Come sarebbe a dire? Sarebbe come dire che il Ticino è un territorio che appartiene fisicamente – e magari etnicamente – all’Italia perché il fiume Ticino si getta nel Po.

Appunto! Proprio così si scriveva negli anni Trenta: i ticinesi «sono razzisticamente italiani». Non solo: secondo certe pubblicazioni anche il Cantone dei Grigioni costituiva una regione italiana a tutti gli effetti. «L’italianità della Rezia curiense» – e si faceva esplicito riferimento all’intero territorio delle Tre Leghe, perché il confine non si sarebbe collocato sullo spartiacque, bensì sulla «catena mediana» delle Alpi, oltrepassando anche Bad Ragaz e Sargans – «vive ancor oggi, malgrado ogni trama straniera». Letterale!

A noi uomini del XXI secolo tutto questo appare una ridicola farneticazione, perché i confini politici non sono tracciati dalla geografia, che li registra, bensì dalla storia, che è tutta un’altra cosa.

Ma la storia, ahimé, si palesa assai meno rigida della geografia, più duttile anzi, più opinabile, più ideologica. Ecco quindi che nell’immediato anteguerra non mancò chi, con suadente argomentazione storica, ribadì la medesima definizione dell’«Italia svizzera, più comunemente chiamata Svizzera italiana», senza circoscriverla al Ticino, ma comprendendo pure il Vallese e soprattutto «quel territorio oggi grosso modo formato dal Cantone dei Grigioni», che «restò immune dalle invasioni dei barbari, e continuò a essere considerato Italia da tutti». Nel corso dei secoli – si sosteneva – vi si videro «le istituzioni di Roma perdurare, il linguaggio latino svolgersi come nelle altre parti d’Italia nel dialetto, quel dialetto alpino-lombardo o ladino-romancio, che ci si vuole ora spacciare per lingua» (sintomatica era la crociata contro il riconoscimento del romancio come lingua nazionale svizzera; ma questa è materia per un altro articolo).

Nello stesso tempo, per converso, un giornale di San Gallo fece un gran chiasso pretendendo che il settimanale «Il Grigione Italiano» cambiasse nome, perché gli svizzeri sono svizzeri e basta, mentre l’aggettivo «italiano» avrebbe creato confusione. La polemica si fece accesa e offensiva: «Non dovete preoccuparvi di questi giornali», rispose minaccioso un periodico italiano, «i ragni non vanno presi in considerazione. Quando però vengono a giusto tiro, si schiacciano».

Si era in un’epoca di nazionalismi, totalitarismi, irredentismi ed entrambe le posizioni equivocavano pacchianamente. Eppure ancora oggi capita di sentire italiani chiedere: «Ma come mai parlate italiano se siete svizzeri?»; o svizzeri del nord convinti che noi delle valli sudalpine non avremo una nazionale per cui tifare ai prossimi mondiali di calcio.

Non è così: l’identità del Grigioni italiano – minoranza nella minoranza della Svizzera italiana – è proprio questa: grigionese e svizzera per appartenenza politica, ma – anzi senza ma: e! – di lingua italiana. Analoghe considerazioni si potrebbero esprimere sull’identità delle altre regioni linguistiche della nostra terra. Perché questa è la Svizzera, questo è il Grigioni: un crogiuolo di lingue e culture, di tradizioni e confessioni, un’unità nella diversità, in cui ogni contributo, per quanto minoritario, dev’essere considerato significativo e decisivo.

È bene imparare dalla storia (non quella ideologica, se possibile). È bene tener presente il rispetto della pluralità, valorizzare i vincoli rispettosi che ci legano agli altri, e averne cura, soprattutto in un’epoca che – in quanto ad arroganze e separatismi identitari e uniformanti – presenta più di un’analogia con quella di ottant’anni fa.

*Andrea Paganini ha conseguito il dottorato in Lettere a Zurigo. È attivo come insegnante, scrittore e direttore della casa editrice «L’ora d’oro». Nel 2012 ha ricevuto il Premio letterario grigione.